Matteo e Mariano
Mentre a Roma Matteo Renzi concludeva alla Camera l’iter di approvazione del suo nuovo governo, a Madrid Mariano Rajoy pronunciava il discorso sullo stato della nazione, che il presidente del governo spagnolo tiene ogni anno. Il confronto tra i due discorsi non ha molto senso, perché non si può paragonare la solidità di chi governa con un mandato popolare e la maggioranza assoluta del suo partito in Parlamento con la retorica un po’ posticcia di chi può solo cercare di far prevalere la sua energia nuovista su un quadro politico logorato e contraddittorio.

Mentre a Roma Matteo Renzi concludeva alla Camera l’iter di approvazione del suo nuovo governo, a Madrid Mariano Rajoy pronunciava il discorso sullo stato della nazione, che il presidente del governo spagnolo tiene ogni anno. Il confronto tra i due discorsi non ha molto senso, perché non si può paragonare la solidità di chi governa con un mandato popolare e la maggioranza assoluta del suo partito in Parlamento con la retorica un po’ posticcia di chi può solo cercare di far prevalere la sua energia nuovista su un quadro politico logorato e contraddittorio. Si possono invece paragonare le situazioni oggettive dei due paesi e il tipo di risposta che i due governi propongono. In termini oggettivi la situazione sociale spagnola è peggiore della nostra, la disoccupazione è il doppio, il sistema bancario ha dovuto fare ricorso a un salvataggio europeo (che anche l’Italia ha finanziato), mentre solo i dati macroeconomici appaiono relativamente migliori, anche se qualche elemento va in controtendenza, come il valore di collocamento dei titoli di stato a breve, che oggi è più basso da noi. Tuttavia Rajoy può parlare di ripresa in atto, confermata dai dati della Commissione europea, e trarne la conclusione che bisogna solo proseguire nel percorso di riforme intrapreso, mentre Renzi deve parlare di ultima occasione per avviare un programma di riforme peraltro largamente inviso a una parte rilevante del partito di cui è segretario. Il fatto stesso che il leader del partito di maggioranza (in Italia relativa) sia anche premier, che in Spagna come nella maggior parte dei paesi europei è una regola costante, viene considerato un’anomalia da un gran numero di esponenti democratici. La differenza, in sostanza, non sta tanto nelle condizioni economiche, ma nella credibilità. Rajoy lo ha detto chiaramente: i mercati premiano la Spagna, che pure è ancora in una fase fragilissima di ripresa, perché sanno che “quando il governo s’impegna a fare una cosa poi la fa”. Può sembrare poco, invece è moltissimo. Anche Rajoy ha avuto e ha problemi politici gravi: le sue riforme sono state osteggiate da una dozzina di scioperi generali e da manifestazioni di strada talora violente, il suo partito è al centro di scandali per corruzione, persino l’unità nazionale è messa in discussione in Catalogna e nei Paesi baschi, temi come l’immigrazione clandestina e la legge sull’aborto dividono profondamente l’opinione pubblica. Però, pure in mezzo a queste tempeste, il governo spagnolo ha continuato a realizzare passo per passo le riforme promesse, anche impopolari ma considerate necessarie, e i risultati cominciano a venire. Forse non è tutto oro quel che luccica, ma almeno a Madrid il verbo riformare si coniuga al presente e al passato prossimo, non sempre al futuro come da noi.